Poesie amiche…
Estratto da due plaquettes ideate impaginate e realizzate da Luigi Dima I luoghi del silenzio Il silenzio dei profeti - Echi dal Sud
Acerenza della Sila di Enzo Mandruzzato
Non sei Les Baux, l’elegante orrore,
strage dalle alte giustificazioni,
che al nemico arrotto abbassa gli stendardi
e si leva il cappello piumato sui cadaveri.
Non sei Civita tra i calanchi bianchi
dove la pietra frana rara come il miracolo
e la fine si eterna come una reliquia.
Tu sei l’ignota, sei l’inesistenza,
senza il sogno d’un secolo e d’un nome.
Tra un vago lavoro umano senza l’uomo
da olivi ciechi urlano cicale.
Saliamo l’erta, spogli come asceti
nel deserto, alle torri smozzicate
che hanno assunto il tempo della pietra
estraneo come quello della luce.
Nulla è più profanabile, neppure
le molte ossa sparse: Tu raccogli
la tibia, la confronti, la riponi.
Solo le immense querce che ci salvano
possono forse essere ferite.
Hera Lacinia di Enzo Mandruzzato
Non la più solitaria, la più povera
delle colonne doriche, inclinata,
salvata a stento dal precipitare
sulla memoria delle altre, in questo
cumulo di macigni immensi, ròsi,
come pezzi di pane ammonticchiati
per gioco. Incuria millenaria
come il vento, rifiuti bigi e ciechi,
la torre mozza, il muro dei fantasmi
reclusi. Scogli minimi, caduti
dalla costa scuoiata, pelle viva
delle crete. Sul dorso ricominciano
i legumi caduchi d’ogni tempo.
Il terriccio sovrano che sommerse
Sibari, Metaponto, riassorbì
l’argilla delle immagini policrome.
Non a caso Pitagora recò
nelle terre di un Eracle selvaggio
la sua luce cinerea, stellare.
Tentò l’immersa analogia del seme
putrefazione e autonascimento.
La sua tomba è scomparsa nella piana,
la tua scuola si è presa come l’ultimo
fogliame del più annoso degli olivi.
Ma tu non sei ricordo, tu sei essere,
sei verità senza generazione.
Dinnanzi ai sacri ruderi… con emozione e sentimento
nota critica di Carlo Ripolo
Sono i forestieri in qualsiasi latitudine a cogliere meglio degli indigeni i segni e i sensi delle cose, delle culture, dei territori e delle comunità. Anche Enzo Mandruzzato, il settantaseienne insegnante bolognese adottato dalla città del Santo, prolifico traduttore di lirici greci e latini, fine poeta acuto saggista critico e romanziere, riesce a far parlare i ruderi e le pietre, dando loro vita e vitalità, nelle stupende poesie dedicate a due perle del Marchesato. Come nelle opere dei viaggiatori del Gran Tour, che cercavano nelle nostre contrade di reinventare il mito della bellezza classica attraverso i resti della grandezza magnogreca, anche in Acerenza della Sila ed in Hera Lacinia riecheggiano i motivi che spingevano quei curiosi a visitare i nostri luoghi…
Su queste basi era inevitabile che l’incontro di Luigi Dima con Enzo Mandruzzato si traducesse in empatia, sorretta dalla comune passione per l’arte e le lettere, le sole che fanno muovere emozioni forti e sentimenti veri, e sfociata nell’onorevole decisione di inserire le due poesie in questa brochure artistica, dove convivono egregiamente l’arte poetica di Mandruzzato e quella grafica di Sfortuniano. (L’incontro tra i due fu casuale negli anni ’90: avvenne presso la Galleria Incontri Scremin di Bassano del Grappa dove Mandruzzato presentava il saggio Omero, il racconto del mito, edito da Mondatori, e dove Dima, diviso affettivamente tra il paese natio di Cerenzia e la Crotone adottata, fu attratto dalle due liriche dedicate alla nostra terra e inserite come valore aggiunto nella raccolta Poesie alla Calabria, curata dal poliedrico Dante Maffia).
Il poeta Mandruzzato riesce a captare le onde sonore e visive di un mondo misconosciuto alla superficialità autoctona. I suoi versi evocano, cadenzando nella struttura i tempi dei sentimenti e dell’estetica, il mito intramontabile della bellezza… in bilico tra sogno e realtà offrono agli accorti visitatori succosi e speciali spunti, per aiutarli a veder chiaro quello che è stato e quello che è e a rendere possibile il desiderio di quel che sarà… A lettori culturalmente motivati i versi proiettano i fantasmi di un mondo scomparso, ma presente nella stratificazione culturale calabrese, ed esorcizzano per conto terzi la maledizione di Pitagora… risuonano anche come atto di denuncia per lo scempio operato sul territorio e il saccheggio dei calanchi, che altrove in terra di Siena vengono tutelati e protetti –incuria millenaria / come il vento, rifiuti bigi e ciechi, / la torre mozza, il muro dei fantasmi / reclusi-… inducono al risveglio nella mente di tracce di una memoria antica, di residui di altre esperienze rimaste intrappolate nell’anima allorquando ciclicamente si è liberata dai corpi, ormai involucri privi di vita…
Fra nuove integrazioni e vecchie ibridazioni, identità stravolte con le loro orgogliose miserie gli antichi problemi le dignitose bellezze e il fiero isolamento, la fascia di terra che costeggia il Lese il Neto e il mare ionico ha visto poche trasformazioni sostanziali, solo ininterrotti cambiamenti di facciate e colate continue di cemento. Ha subito solo i danni della sua posizione geografica al centro del Mediterraneo, evocatrice di invasioni assalti guerre di religione, per finire agli sbarchi di chi cerca fortuna tra ultimi e sfortunati. Luoghi invidiabili per le suggestioni e i paesaggi, l’incontro di civiltà diverse ha prodotto una stratificazione culturale unica, luoghi della memoria simbolici metafore della vita varia e cangiante, ma anche isolati ed emarginati, affatto sfruttati, per storia mancanza di strutture per precise volontà e scelte politiche, e condannati all’emarginazione e al sottosviluppo, senza speranza. Il suo limite geografico racchiude una limitazione culturale, che agita da tempo questa parte del Meridione, oggetto di attenzione oggi solo da parte di curdi rumeni albanesi e di tutti gli extracomunitari che fuggono dalla loro miseria, ma anche un intimo legame di dolci ricordi, storici eventi, nostalgie di trasfigurate esperienze all’ombra di un’aperta navata, una colonna e sullo sfondo il mare e la sacra tetracsis.
Posto misterioso il primo: i monumentali resti evidenziano una grandezza antica una ricchezza di eventi obliata, pur non raggiungendo i fasti della rocca provenzale, anch’essa figlia di alto lignaggio –non sei Les Baux, l’elegante orrore, / strage dalle alte giustificazioni…- che vide con speranza e poi orrore la rivolta protestante soffocata con stragi e distruzioni dal potente cardinale francese… o la struggente bellezza della città che muore –non sei Civita tra i calanchi bianchi / dove la pietra frana rara come il miracolo / e la fine si eterna come una reliquia…- Anche qui ad Acerenza storia e leggenda s’intrecciano e si confondono creando suggestioni fascinose… è una fortezza naturale come tante e come solo gli antichi riuscivano ad abitare.. dove s’aggira ancora l’ombra di Filottete e di Ercole che muore, sul lento scorrere dell’Acheronte… terreno incontrastato oggi di solitudine rotta nell’afa estiva dal frinire delle cicale… -tra un vago lavoro umano senza l’uomo / da olivi ciechi urlano cicale…- Nonostante –nulla è più profanabile, neppure / le molte ossa sparse: tu raccogli / la tibia, la confronti, la riponi. / solo le immense querce che ci salvano / possono forse essere ferite– dopo l’abbandono per malaria terremoti e difficoltà logistiche si è rafforzato il legame tra il vecchio sito e la nuova città… sono aumentati i pellegrinaggi che rappresentano il rituale del ritorno alle origini e alle proprie salde radici…
Posto magico è Capocolonna, un luogo dello spirito, dove sempre fin dall’antichità aleggia fascino e mistero e ogni pietra racconta storie di civiltà e di religiosità –non la più solitaria, la più povera / delle colonne doriche…Un posto unico dalle molteplici suggestioni. Senza soluzione di continuità l’area è sempre stata vissuta come sacra, sia dagli abitatori locali che dai naviganti, per i quali il Capo era punto di riferimento geografico e cultuale. Fede e ragione, religione ed esoterismo trovano in quest’area occasioni e caratteri di condivisione, per nuovi e antichi cammini finalizzati a rinascite spirituali, conversioni e ricerca della luce e della verità. Anche il moderno sacro pellegrinaggio, che a maggio si svolge in notturna da Crotone a Capocolonna, confondendosi con i vecchi, è allegoria e simbolo del passaggio dalle tenebre alla luce, da uno stato di peccato a quello di grazia, dall’ignoranza e dai pregiudizi alla conoscenza e alla libertà. Anche la presenza di monache di clausura, che dal loro eremo proteso sulla sacra area, è significativa in tal senso, antenna e oasi di ristoro spirituale, dove l’uomo ha possibilità di congiungersi e incontrarsi con il divino. In questo promontorio il tempo e lo spazio annullano i propri limiti, il presente diventa sacro eterno e le suggestioni concreti punti di incontro fra le diverse realtà dei viventi: in tutte le manifestazioni che si svolgono sul sacro Capo, i ricordi i desideri e i sentimenti si sciolgono e si incontrano con la presenza tangibile del Maestro –ma tu non sei ricordo, tu sei essere, / sei verità senza generazione– che, seduto sulle sacre pietre, assiste ai concerti ai canti e alle drammatizzazioni con severa austerità ma anche con intima nascosta soddisfazione o a passeggio con la bella Teano e con discepoli vecchi e nuovi istruisce sulla temperanza sull’amicizia sui valori condivisi e sui destini dell’uomo… A Capo Nao il contadino impacciato è intento a recuperare e nascondere la più famosa tra le icone bizantine, annerita e deturpata da mani sacrileghe… Nel tempio Zeusi prova i colori e le belle donne… Annibale tenta di trafugare la colonna d’oro…
Sud di Alda Merini
Io ti rimpiango.
C’era un mare denso di caldo
e di freddo intenso.
Al poeta vanno bene
le aree torride
ed anche il silenzio
dei profeti.
Le Muse erano tante
e gli incontri amorosi
senza fine.
Come la ninfa paurosa
io scappai dal Sud
poiché non volevo l’alloro,
finchè un amore
magniloquente
lo pose silenziosamente
sull’avello
del mio manicomio.
Un Sud da tempo in attesa e speranza
nota critica di Carlo Ripolo
Come cantare un Sud sempre in ritardo? Violentato incompreso abusato. Dove non sempre è facile ritrovare le coordinate dei ricordi, le storie seppellite nel fango, le radici dimenticate, i confini del tempo e delle stagioni… Come raccontare le diverse Calabrie, ricche di tradizioni di cultura e di profumi, ma abbrutite dai sequestri, dal crimine organizzato e dalla cementificazione selvaggia; isterilite da forze brute e avversate dagli erodiaci criticoni di turno, tra perenni se e dubbiosi ma? Dove le fasce di terra, che costeggiano il Mediterraneo, snocciolano paesi e villaggi dalle identità stravolte, come grani di un rosario infinito, con le loro orgogliose miserie, gli antichi problemi, le dignitose bellezze e il fiero isolamento, rimandando a slides di invasioni assalti guerre di religione e per finire agli sbarchi di chi cerca fortuna tra ultimi e sfortunati…
Dedicati al Sud e a Luigi Dima il suo anfitrione, colpiscono i sensi, a guisa di pennellate lunghe calde e colorate, incise nel tempo e nello spazio, i versi vaticinanti di Alda Merini, sempre pronta a scavare nei meandri dell’animo dei sentimenti e delle emozioni, vergati con stilo safficamente tentatore… e cesellati con sofferenza tra le ombre della mente, sempre in attesa, dietro le piante onnivore simil ibisco, di tornare a fiorire o capire di non essere stata mai malata…
Come Pitagora, la poetessa dello scavo si vietò solo il divieto… ai suoi versi diede più armonia e musica che freddo calcolo matematico; al suo mondo, popolato di profeti di Muse di ninfe e di satiri, diede i sentimenti della spartenza del rimpianto e del ritorno, e sullo sfondo il Sud, l’Itaca da raggiungere da amare e da odiare…
E’ la nostalgia che muove ogni ritorno, ci indica la Merini, quel sentimento che -sottolinea Cosimo Sfameli- esalta gli affetti e restituisce l’amore dei luoghi cari, ma che muta in rancore e utopia quando si fa sogno di restaurazione… E’ degli uomini il tornare o possedere la patria dell’anima. Ma non si torna mai nella terra perduta o nel tempo perduto. Si torna piuttosto alle origini, a un luogo oltre i luoghi, a un tempo oltre i tempi, dove c’è l’essenza della nostra vita… Sono all’ombra di un gelso e di una colonna, sullo sfondo di un canale e della sacra tetracsis, i miei nostòs, i miei ricordi, la nostalgia di esperienze trasfigurate…
Come descrivere i luoghi del Sud, sempre in attesa? Dove la speranza ogni giorno è messa a dura prova. Luoghi invidiabili per suggestioni e paesaggi, ma soprattutto per l’originale stratificazione culturale, prodotta dall’incontro di civiltà diverse. Veri luoghi della memoria, esoterici, simbolici, metafore della vita varia e cangiante; ma anche luoghi isolati ed emarginati, affatto sfruttati, per storia, per mancanza di strutture, per precise volontà e scelte politiche, e condannati all’emarginazione e al sottosviluppo, senza speranza. Il limite geografico, che racchiude una limitazione culturale, agita da tempo questa parte del Meridione, oggetto di attenzione oggi solo da parte di curdi, albanesi e di tutti gli extracomunitari che fuggono dalla loro miseria…
Il Sud diventa, per la Merini, specchio e metafora della sua vita: il pozzo è più importante che la vetta, se nel pozzo c’è la luce… Ma dal tunnel del degrado e delle dimenticanze si può lentamente ritornare alla piena luce… E’ convinta, perché lei ha conosciuto bene la sofferenza di certi abissi e l’alternanza ossessiva di lucidità e squilibrio, ha condiviso le sofferenze di coloro che, per ingegno e fragilità, non han resistito al dolore del mondo, definiti nel Canto ferito “quegli uomini che Dio abbandona volentieri perché gli sono cari”…